A Gerusalemme la guerra non cessa: la Terra Santa tra lacrime e sangue

A Gerusalemme la guerra non cessa: la Terra Santa tra lacrime e sangue

L’ennesimo conflitto piomba con ferocia in Terra Santa. La guerra tra Israele e Hamas non conosce tregua, con lo Stato ebraico deciso a proseguire “senza limiti di tempo” un conflitto “esteso”. Definire con esattezza la data di collisione tra i territori non è di facile intuizione: le radici del conflitto risiedono nella nascita del sionismo e del nazionalismo palestinese verso la fine del diciannovesimo secolo  . La fase principale del conflitto su larga scala tra Israele e gli Stati arabi ebbe luogo dal 1948, anno della proclamazione dello Stato di Israele, al 1973, e fu costituita da una serie di guerre arabo-israeliane: la guerra del 1948, la guerra di Suez del 1956, la guerra dei sei giorni del 1967 e la guerra del Kippur del 1973. La situazione attuale è scaturita dalla concomitanza di alcuni fattori: innanzitutto ha giocato un ruolo fondamentale la precaria stabilità politica che caratterizza la regione e in particolare le parti in causa, ossia israeliani e palestinesi. Da parte palestinese, il leader Abu Mazen ha arbitrariamente deciso di rinviare le elezioni, scatenando le proteste. Da parte israeliana il premier, Benjamin Netanyahu, ha fallito nell’obiettivo di creare un governo stabile, dando così la possibilità al suo antagonista politico, Yair Lapid, giornalista e fondatore del partito politico Yesh Atid, di poter accedere al potere e provare a formare un esecutivo forte e stabile. Alla pioggia di razzi arrivati da Gaza – oltre mille di cui 850 intercettati dal sistema di difesa Iron Dome e 200 esplosi nella Striscia – l’esercito ha risposto con decine e decine di attacchi contro obiettivi di Hamas e della Jihad islamica. Il risultato di questa nuova escalation di sangue israelo-palestinese sono già decine di vittime: 43 i palestinesi uccisi a Gaza, tra i quali 12 bambini e tre donne, e più di 300 persone ferite, mentre la controparte israeliana conta sette vittime. Un bilancio destinato ad aggravarsi. L’85% dei razzi lanciato da Hamas è stato intercettato, fanno sapere fonti israeliane, mentre circa 200 sono esplosi all’interno della Striscia, e il movimento islamico ha anche cercato di colpire l’aeroporto Ben Gurion di Tel Aviv. Subito dopo il bombardamento, Hamas ha annunciato che avrebbe ripreso i suoi attacchi e ha puntato 100 razzi contro la città israeliana di Beer-Sheva.

Nella Striscia è tornata l’atmosfera cupa delle guerre del 2012 e del 2014, mentre Hamas e la Jihad hanno esaltato la loro “Operazione Spada di Gerusalemme” – con un chiaro riferimento agli scontri sulla Spianata delle Moschee – che ha visto la cittadina costiera di Ashdod colpita da una scarica di 40 razzi Grad. Il sangue versato a Gaza” racconta una storia che non nasce ieri ma che si dipana nel corso di decenni e che ha nella Striscia uno dei suoi più tragici luoghi di attuazione. E’ la storia di quattro guerre, di bombardamenti, razzi, invocazione al diritto di difesa (Israele) e a quello della resistenza armata contro l’”entità sionista” (Hamas). E’ la storia di punizioni collettive, di quindici anni di assedio. Ma è anche la storia di un movimento islamico che, fallita l’esperienza di governo, cerca nuova legittimazione nell’indirizzare contro l’occupante con la Stella di David, la rabbia e la sofferenza di una popolazione ridotta allo stremo. Il sangue di Gaza chiama in causa i due “Nemici” che, ognuno per i propri tornaconti, hanno lavorato assieme per recidere ogni filo di dialogo e per distruggere ogni possibile compromesso. Perché “compromesso” è una parola che non esiste sia nel vocabolario politico della destra israeliana sia in quello di Hamas. Perché compromesso significa incontro a metà strada, il riconoscere le ragioni dell’altro. Compromesso significa rinuncia ai disegni della “Grande Israele” come della “Grande Palestina”. Compromesso è ammettere che non esiste né una scorciatoia militare né una terroristica per veder riconosciuti due diritti egualmente fondati: la sicurezza per Israele, uno Stato indipendente per i Palestinesi. Combattere costa meno che fare la pace. Perché “fare la pace”, tra Israeliani e Palestinesi, non è solo ridisegnare confini, cedere o acquisire territori. Significa molto di più: ripensare la propria storia e confrontarla con quella degli altri. Significa immedesimarsi nelle paure e nelle speranze dell’altro e, per quanto riguarda Israele, guardare ai Palestinesi come un popolo e non come una moltitudine ingombrante.  Nello schema di Hamas e in quello della destra israeliana non esiste il “centro”: chiunque si pone in questa ottica, altro non è che un ostacolo da rimuovere, con ogni mezzo, anche il più estremo. La destra israeliana ha bisogno di Hamas per coltivare l’insicurezza, per alimentare nell’opinione pubblica la sindrome di accerchiamento, divenuta psicologia nazionale. Quanto ad Hamas, può al massimo contemplare una “hudna” (tregua) con Israele ma mai un riconoscimento della sua esistenza.

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