Comuni italiani sull’orlo del fallimento: di chi è la colpa?

Comuni italiani sull’orlo del fallimento: di chi è la colpa?

Il debito di Comuni, Province e Città metropolitane è molto contenuto rispetto a quello dello Stato Centrale ma ad aggravare la situazione degli enti locali gli interessi elevati pagati sul debito esistente(in media oltre il 4 per cento annuo). Nonostante il miglioramento delle condizioni finanziarie di Comuni e Province negli ultimi anni, il punto di penalizzazione a loro sfavore dipende dalla circostanza che questi debiti sono stati generalmente contratti in periodi in cui i tassi di interesse erano molto maggiori di oggi. Secondo i dati Ifel-Anci, dei 1.750 comuni con deficit da anticipazioni di liquidità 812 sono a rischio fallimento, distribuiti al 91% al Sud. A spiccare sono soprattutto le regioni Calabria, Campania, Lazio e Sicilia, che ne raccolgono circa tre quarti.

LA CLASSIFICA-Sul trono dei bilanci sconquassati siede Napoli con 946,7 milioni, che si traduce in un ripiano annuale – su un periodo di tre anni, come da sentenza della Consulta – da 315,6 milioni. Al secondo posto Torino, che ha accumulato un extra deficit da 429,8 milioni. Sull’ultimo gradino del podio, ma a distanza di sicurezza dai comuni di Napoli e Torino, c’è Reggio Calabria, uno dei tanti enti locali in dissesto della regione. Il debito è pari a 176 milioni, per un piano di rientro da 58,7 milioni l’anno. Al quarto posto Salerno, uno dei comuni più indebitati della seconda regione per enti locali in dissesto, la Campania. Secondo i dati il monte debiti tocca i 127,3 milioni, ripianabili con fondi accantonati da 42,4 milioni l’anno. Subito dietro Salerno troviamo Pozzuoli, comune campano da oltre 80.000 abitanti situato nella città metropolitana di Napoli. L’extra deficit ammonta a 33,2 milioni, per un piano di rientro da 11,1 milioni l’anno.

Al sesto posto il primo comune pugliese, Lecce. Anche qui, come per gli altri comuni, l’illegittimità delle regole sui ripiani a 30 anni del deficit stabilita dalla Consulta rischia di minare gli equilibri del bilancio, sul quale pesano debiti per 28,1 milioni con rientro a 9,4 milioni l’anno. Torna la Calabria al settimo posto, con Catanzaro, comune da oltre 86.000 abitanti. I prestiti statali hanno portato le amministrazioni che si sono alternate ad accumulare un debito di 25,5 milioni, per un rientro stimato in 8,5 milioni l’anno. Vicino al fondo di questa classifica spunta Aprilia, comune del Lazio. Il debito è da 17,5 milioni e per rientrare nei tempi dettati dalla Consulta servirebbero accantonamenti nei bilanci annuali da 5,8 milioni. Al nono posto il quarto comune campano di questa classifica, Afragola. Qui il debito accumulato è pari a 8,5 milioni, che potrebbe essere colmato con 2,8 milioni di fondi accantonati all’anno. Chiude la classifica l’unico comune siciliano nella top-10 dei più indebitati, Vittoria, parte del libero consorzio comunale di Ragusa. I debiti ammontano a 4,8 milioni e richiedono un piano di rientro da 1,6 milioni l’anno.

SPALMADEBITI BOCCIATO-Fondamentale e incisivo sul risanamento di questa situazione ingloriosa è la sentenza della Corte Costituzionale del 29 aprile scorso che ha abolito lo spalmadebiti in 30 anni obbligando i Comuni con i conti in rosso, come Napoli, a risanare il disavanzo in 3 anni, e per chi va al voto, in un anno, in modo da non gravare sulle generazioni successive. In CdM si è deciso solo di riservare alle amministrazioni più colpite 500 milioni inizialmente destinati a rifinanziare il fondo per gli enti in deficit strutturale, riservati ai casi più gravi (circa 320 Comuni, tra cui Napoli che otterrebbe un terzo della dote), dove la drastica riduzione (da 30 anni a 3, o comunque entro la fine dei mandati amministrativi) dei tempi per coprire il deficit da anticipazioni di liquidità imporrebbe di accantonare una somma superiore al 10% delle entrate correnti 2019.

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